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I love shopping. Sociologia e un po’ di psicologia.

di admin · pubblicato il 14 Mag 2010
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Il romanzo “I love shopping” di Sophie Kinsella insieme al precedente “Fashion Victim” di Sam Baker, sono stati i pionieri di una letteratura popolare che ha trattato in maniera ironica e a tratti inverosimile uno dei fenomeni più diffusi e complessi della società attuale, la fashion addiction. Si parla di voglia di differenziarsi, si parla di frenesia consumistica, ma ciò che preoccupa seriamente,  è che si parli di patologia. Cos’è a questo punto la dipendenza dalla moda e dallo shopping? È possibile che due entità così immateriali e superficiali possano generare comportamenti incontrollabili e indecifrabili? Queste sono alcune delle domande poste durante il convegno “Fashion Addictions”, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore il 7 maggio scorso.
 L’evento, organizzato dal Centro per lo studio della moda e della produzione culturale Modacult, ha raccolto gli interventi sul tema di tre principali studiosi europei, Ana Marta Gonzalez, Joanne Finkelstein ed Efrat Tseëlon. I tre hanno analizzato il fenomeno in esame da differenti prospettive, dalla filosofia morale alla sociologia, per finire alle teorie sulla moda.
Dall’incontro è emerso che il primo passo per arrivare a capire quali siano le motivazioni alla base di una condotta distorta e del consumatore è prendere in considerazione l’associazione fra immagine e identità. Nel corso degli ultimi trent’anni del secolo scorso, la letteratura popolare di moda si è soffermata in maniera crescente sulla funzione sociale dell’abito, considerando quest’ultimo un mezzo attraverso il quale l’individuo manifesta alla collettività il proprio status e la propria estrazione sociale. Fin qui nulla di nuovo, nel momento in cui l’immagine però diventa fonte di conoscenza introspettiva e viene giudicata come piena espressione del carattere e della personalità individuali, allora l’apparenza e la superficie diventano sostanza e cambiano il modo in cui l’uomo guarda a se stesso e al prossimo. Insomma il vestito è lo strumento attraverso cui l’io si relaziona alla collettività, e legittima se stesso. 
L’identità è quindi un concetto chiave per comprendere il fenomeno delle dipendenze, soprattutto se considerata alla luce dei cambiamenti della società post-moderna, la società dei consumi per eccellenza. Ed è proprio nella trasformazione culturale subita dalla società che affondano le radici dei problemi identitari dell’uomo contemporaneo, disorientato rispetto alla mancanza di entità superiori nelle quali cercare stabili significati.
Allo stato attuale, l’uomo si trova a vivere lo stadio estetico della propria esistenza, nell’ambito di un contesto sociale definito emozionale e caratterizzato da una cultura sperimentale proiettata verso l’immediata gratificazione. Una cultura dunque che valorizza e promuove la ricerca di nuove emozioni e nuove esperienze come il solo modo per fuggire dalla noia e dal vuoto circostanti. Una cultura che considera il tempo un’entità talmente sfuggente da dover essere afferrata e vissuta incondizionatamente, per non correre il rischio di perdere un’occasione che non si ripeterà. E a questo punto il problema non è la gestione o l’espressione delle emozioni, ma la percezione della vita ordinaria, considerata fonte di noia e scandita da due principali momenti: il lavoro e il tempo libero. Se il primo è inevitabile per riuscire a sopravvivere, il secondo diventa l’unica occasione per vivere momenti unici, tentando di dare un senso alla propria momentanea esistenza. E come vivere in maniera totalizzante tali sprazzi di tempo? Consumando, o facendo uso di sostanze “liberatrici”, o entrambe le cose, ovviamente. Di conseguenza l’individuo, immerso in una società che ha fatto della produttività la sua stella polare, finisce per rimanere vittima dei meccanismi di consumo anche quando pensa di esserne fuori. Consumare per poter essere felici, consumare per sentirsi appagati, consumare per dare un senso ad una vita che apparentemente non ne ha. E anche nel caso in cui tutto questo non fosse sufficiente, “ci sono le droghe a promettere un passo, anche breve, verso l’eternità” (Z. Bauman, Modernità Liquida).
Ed è per tutto questo che gli atteggiamenti compulsivi diventano…normali. Si è giunti a considerare i comportamenti compulsivi come parte integrante di un normale stile di vita, condotte comunemente accettate e ritenute il riposo alle tensioni della società post-moderna.

Fonte: http://www.modaemodi.org

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Ex, punto e a capo

di admin · pubblicato il 12 Mag 2010
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Poco tempo fa su Repubblica è uscito un interessante articolo sul divorzio. Sul divorzio in tempo di crisi e sul divorzio come fenomeno di costume. Anche se c’è la crisi, infatti, gli italiani continuano a divorziare: l’ Istat calcola un aumento del 2,3% (ogni anno 160.000 italiani si separano, e 100.000 divorziano. Oltre a 20.000 rotture tra le famiglie di fatto) anche se per dimezzare le spese si opta per un addio consensuale. Per rendere meno traumatico un “rito di passaggio” arriva anche in Italia il salone del divorzio. Dopo Vienna, nel 2007, e dopo Londra e Parigi nel 2009, tocca ora a Milano ospitare questa sorta di fiera dell’ addio ma anche del ricomincio da me il cui titolo è già un programma: “Ex, punto e a capo”. La chiave è sdrammatizzare. L’obiettivo è di laciarsi con il minor rancore possibile, e soprattutto riducendo il danno, cercando di rendere il più indolore possibile una pratica sempre più diffusa. Milena Stojkovic, mediatrice famigliare di Ciao Amore, agenzia di divorce planning, ha raccontato che: «Oggi le coppie arrivano alla decisione di separarsi e di divorziare con un’ incredibile leggerezza. Con superficialità. Tutto è banalizzato e allo stesso tempo drammatizzato. E chi ci va di mezzo sono i figli». Cosa che conferma il presidente dell’ Associazione matrimonialisti italiani, l’ avvocato Gian Ettore Gassani: «Gli italiani si contendono i figli come fossero oggetti da espropriare o, peggio, bottino di guerra anche nell’ ambito delle apparentemente miti separazioni consensuali. I danni subiti dai bambini contesi sono verificabili nelle migliaia di perizie psicologiche depositate nei tribunali e nell’ aumento vertiginoso del ricorso alla psicoterapia infantile. Ogni anno si contano nel nostro Paese 160mila nuovi separati, 100 mila nuovi divorziati e la rottura di 20mila famiglie di fatto». Il divorzio, costosissimo su vari fronti, può ridurre in miseria, ricorda l’ Associazione matrimonialisti italiani, che diffonde dati secondo cui il 25 per cento degli ospiti delle mense dei poveri sono separati e divorziati. Nell’ 80 per cento dei casi si tratta di padri che, pagato l’ assegno di mantenimento, si ritrovano senza risorse. Il salone “Ex, punto e a capo”, l’8 e 9 Maggio a Milano all’ Hotel Marriott di via Washington, ha provato a sdrammatizzare tutto questo. «Si può divorziare in modo civile, a volte addirittura in allegria: quando la mia ex ottenne il divorzio dal suo precedente marito per esempio le organizzai una festa, con tanto di partecipazioni agli amici e bomboniere a forma di forbici», racconta Franco Zanetti, che di “Ex, punto e a capo” è l’ ideatore. «La prima cosa da fare per ripartire – secondo lui - è non sentirsi in colpa, rinnovarsi. Per questo abbiamo coinvolto dietologi, palestre, chirurghi estetici, scuole di ballo, beauty farm». Si riduce a questo il divorzio? Fortunatamente ci sarà anche un approccio più serio: «Al salone avremo un’ agenzia anti-stalking, soprattutto per le donne, e, a tutela degli uomini, saranno al lavoro gli esaminatori del Dna, visto che in Italia un bambino su dieci non è figlio del padre presunto», sottolinea Zanetti. Insomma divorzio grande business, forse ancor più del matrimonio. L’ideatore continua «Quello su cui puntiamo con maggior spiegamento di mezzi è il coté operativo, per un divorzio chiavi in mano, con la presenza di studi legali, squadre di psicologi, agenzie matrimoniali, investigative, immobiliari, disbrigo pratiche, agenzie di viaggi, servizi di babysitter ma anche di dogsitter, depositi temporanei per mobili e cose, decoratori, arredatori, ditte di traslochi e via elencando». Ci sarà anche un’ agenzia che si chiama Marito in affitto, a offrire, per 15 euro l’ ora, dalla piccola riparazione agli altri lavori domestici tipicamente maschili. Ci saranno esempi di liste di divorzio su modello britannico nel caso parenti e amici vogliano fare un regalo utile al divorziato. E ci saranno le prime agenzie tutte italiane di divorce planning, come Ciao Amore, che si occuperà di rimettere in piedi il coniuge dopo la separazione, fino a organizzare veri e propri divorce party.

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Moda e regimi

di admin · pubblicato il 07 Mag 2010
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Un libro da leggere tutto d’un fiato che ci fa scoprire i percorsi della moda e attraverso essa, della modernità e della storia. Gli autori del libro Una giornata moderna. Moda e stili nell’Italia fascista, Mario Lupano e Alessandro Vaccai, ci spiegano che la moda è vera a propria rivoluzione, va di pari passo con l’arte, l’architettura, la tecnologia e il design, ed è stata uno dei motori principali che hanno portato alla nascita del modernismo.
 Il ‘900 si apre all’insegna della velocità e dalla corrente del futurismo. Animati da un incoraggiante sviluppo industriale, gli italiani iniziano a subire il fascino dell’avanguardia e la moda diventa la forma d’espressione privilegiata. Gli anni venti e trenta, tra il culto fascista della giovinezza e l’affermazione di nuovi stili di vita, sono fondamentali per comprendere la nascita della moda nel senso moderno del termine e di una cultura ad essa legata: si organizzano le prime sfilate e nascono grandi marchi italiani, mentre il paese sperimenta il Made in Italy forzato dal Regime.
Attraverso 1500 immagini dell’epoca, estrapolate da riviste, cataloghi di mostre, archivi fotografici di case e aziende di moda, fotografie e illustrazioni, libri di tecniche sartoriali , il libro rispolvera pagine della nostra storia per analizzare il nesso tra moda ed estetica moderna, tra diffusione della cultura internazionale e visioni indotte dal potere autarchico del Duce. Nella ricostruzione ideale dell’arco di una “giornata moderna”, il libro si articola su quattro momenti che diventano la chiave di lettura per l’evoluzione della moda italiana tra il 1922 e il 1943: la Misura, il Modello, la Marca e la Sfilata.
Nel primo momento storico, quello della misura, l’ansia della misurazione si riferisce al corpo, al tempo, alle cose. Le riviste illustrano dettagli, cartamodelli e tracciati sartoriali che scompongono il corpo nelle sue parti anatomiche. La scansione del tempo influenza la propaganda di regime che puntualmente dichiara il numero dei giorni per la realizzazione delle opere pubbliche.
Ma la moda non è solo ciò che si indossa, ma anche un insieme di atteggiamenti, come fumare una sigaretta o andare al cinema, il Modello appunto. Nasce l’espressione “stili di vita” e si sviluppano diversi “tipi femminili”, esemplare la maschietta. Le occasioni mondane, lo sport e il turismo, definiscono e codificano il guardaroba, si pensi ai costumi per le vacanze o agli abiti da tennis. Parallelamente le cerimonie del Regime impongono la cappa e le gonne a pieghe alle Giovani italiane e la divisa con camicia nera e gli stivali agli uomini.
Negli anni ’20 la nascente cultura della moda e del design sente il bisogno di forgiare l’identità del prodotto italiano, attraverso la marca. Gli stilisti cercano quindi alleanze con il mondo del cinema. Nel libro immagini di abiti, interni delle case di moda, interviste e grafica dei marchi tra cui Biki, Ventura, Giovanni Montorsi.
Le presentazioni delle nuove collezioni moda avvengono nelle sartorie. Negli anni venti le sfilate sono ancora senza passerella: è a partire dagli anni trenta che diventano esibizioni monumentali e sopraelevate che corrono tra il pubblico alimentando la sfera mondana. I Cinegiornali dell’Istituto Luce documentano tutti gli eventi.
Il libro si chiude con l’immagine di un’immensa sfilata collettiva celebrativa. La fotografia «risponde al gusto per l’ordine, la serie e la composizione geometrica di un’estetica industriale delle merci e dei corpi». L’inizio di un’era.

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